Vino italiano più alcolico di un grado per effetto dei cambiamenti climatici

 

I rilevamenti sulle condizioni climatiche ai quali si fa riferimento sono quelli relativi al 2015 effettuati dalla Coldiretti: il vino italiano è risultato più alcolico di un grado rispetto al passato, per effetto del surriscaldamento dovuto all’eccessiva concentrazione di anidride carbonica. L’aumento della temperatura però non incide solo sulla fermentazione del vino ma anche sull’estensione delle aree favorevoli alla coltura della vite, dell’ulivo e della stagionatura dei prodotti gastronomici tipici del Made in Italy.

Cosa succede alle colture se aumenta la temperatura ambientale

Stando ai dati diffusi da Coldiretti, il 2015 è stato l’anno più caldo della storia per l’Italia, da quando sono cominciati i primi rilevamenti in questo senso ad opera dell’Istituto Isac Cnr. Il 2016 si classifica invece come l’anno più caldo a livello mondiale, da 137 anni a questa parte. La temperatura media registrata da gennaio a settembre è risultata superiore di 0,89 gradi C rispetto alla media del ventesimo secolo.

Quali sono gli effetti di questi cambiamenti climatici sulle terre coltivabili e sui prodotti della gastronomia tipica italiana? Innanzitutto il caldo ha cambiato la distribuzione dei vigneti in Italia che si va estendendo verso altitudini maggiori: la vite ha raggiunto quota 1200 metri di altezza, come ad esempio nel comune di Morgex e di La Salle, in provincia di Aosta.

Il riscaldamento generalizzato di terre e mari provoca anche cambiamenti sui prodotti tipici del Made in Italy, a partire dalla stagionatura dei salumi e l’affinamento dei formaggi fino ad arrivare all’invecchiamento dei vini. Il vino italiano è aumentato di un grado negli ultimi 30 anni e l’attenzione ora è proprio focalizzata sulla qualità di questa eccellenza italiana, che va preservata e garantita nelle sue caratteristiche organolettiche. Il patrimonio di prodotti tipici italiani, vino in primis, deve le proprie peculiarità proprio all’ambiente geografico in cui si trova e che è il risultato di fattori naturali e umani specifici e inimitabili.

Gli effetti dell’innalzamento della temperatura del pianeta si registrano anche sulle coltivazioni dell’ulivo, che ormai hanno raggiunto le Alpi. Nella zona della pianura padana spuntano, tra le colture, quella del grano e del pomodoro (appannaggio da sempre delle regioni più a Sud d’Italia) mentre in Sicilia si raccolgono i primi avocado e le banane Made in Italy.

Allargando lo sguardo sul resto dell’Europa, gli effetti climatici sulle colture si fanno sentire soprattutto in Belgio e in Repubblica Ceca, in questo caso per quanto riguarda orzo e luppolo destinati alla coltivazione della birra (colture che, a quanto pare, hanno ridotto la resa in termini di produzione); infine non esce indenne neppure il famoso champagne francese (la più nota è la  riserva di champagne Moet Chandon) che, a causa dell’aumento di 1,2 gradi C, vede le colture destinate alla sua produzione allargarsi ed espandersi a nord verso l’Inghilterra.

Da considerare infine anche i cambiamenti del tempo a volte così repentini da causare veri e propri sfasamenti nel passaggio tra una stagione e l’altra oppure tra una condizione di siccità ed arsura ad una di alluvione e grandine nell’arco di pochi giorni.

 

Le fasi lunari e la viticoltura biologica

 

Qualcuno asserisce che l’effetto dei movimenti lunari non si limiti a generare le maree ma influisca in vari modi sul comportamento di tutti gli esseri viventi, caratterizzando sin dalla nascita qualità e stile di vita di ogni organismo.

Il mondo della viticoltura biologica, che ama applicare le conoscenze provenienti dalla tradizione per ottenere prodotti di origine vegetale ecosostenibili, autoctoni, economici, e sani, segue le cadenze del calendario lunare rispettando i mesi ed i giorni dell’anno solare indicati come più adatti per dedicarsi alle attività vitivinicole principali come l’impianto dei vigneti, la potatura delle viti  e la vendemmia dell’uva,  la svinatura, travasi e l‘imbottigliamento del vino.

Il calendario lunare in vendita online registra le date mensili dell’anno, secondo il calendario Gregoriano, in associazione con le fasi lunari corrispondenti. Indica cioè le posizioni che la Luna viene ad assumere nel corso dell’anno sinodico, e che si ripetono ciclicamente nei dodici mesi. Le otto diverse posizioni sono: Luna nuova o Novilunio, Luna crescente Primo quarto, Gibbosa crescente, Luna piena o Plenilunio, Gibbosa calante, Ultimo quarto, e Luna calante.

Il calendario lunare segnala i quattro giorni in cui avvengono Noviluni, Primi quarti, Pleniluni e Ultimi quarti, spesso indica le ore in cui la Luna sorge e tramonta, a volte è unito ad una comoda agenda delle semine e dei raccolti in cui i viticoltori registrano le operazioni più importanti da compiere.

In verità comprendere le fasi lunari non è molto semplice, in primo luogo perché la Luna non gode di luce propria ma viene illuminata dal Sole, in secondo luogo perché la visione del satellite, che si ricava dal punto di vista terrestre, risulta diversa nei due emisferi, l’ australe e il boreale.

Il mese lunare inizia con un Novilunio e termina con il Novilunio del mese successivo.

La Luna Nuova è invisibile perché la sua faccia, rivolta verso la Terra, in questa posizione non può venir illuminata dal Sole. La Luna Nuova sorge e tramonta insieme alla stella, e in ciascun mese dell’anno sinodico dà inizio ad un nuovo ciclo, il quale, attraverso il Primo quarto e la Gibbosa crescente, raggiunge l’apice con la Luna Piena. Successivamente, la Gibbosa calante e l’Ultimo quarto condurranno ancora ad un Plenilunio.

In genere secondo la tradizione dei viticoltori delle nostre terre i movimenti lunari essenziali alla benessere di vitiuva e vino  sono compresi all’interno di due ben distinti periodi del mese, nel primo dei quali la posizione della Luna può essere definita fase di Luna Crescente e l’altro, l’opposto, in cui la posizione del satellite naturale rispetto alla Terra viene identificata come fase di Luna Calante.

 

I Paesi del Nord zuccherano il vino e non lo dicono: in Italia è vietato

 

Prima di acquistare una bottiglia di vino, e magari spendere una cifra considerevole per gustarsi un bicchiere dall’aroma pregiato, è sempre il caso di informarsi molto bene. Proprio così: le etichette, infatti, non sempre dicono tutto. Il rischio di comprare del vino trattato con sostanze estranee al normale processo di vinificazione cresce soprattutto quando si decide di acquistare delle bottiglie provenienti dall’estero. È questo per esempio il caso del vino ‘zuccherato’, la cui produzione è vietata nei Paesi dell’Europa Meridionale, mentre viene accettata nella maggior parte dei Paesi del Nord.

 

Ma di cosa si parla quando si menziona il vino zuccherato? Non certo di una bevanda speciale, anzi. Bisogna infatti sapere che, fin dal diciottesimo secolo, per aumentare artificialmente la gradazione alcolica dei vini si utilizza il saccarosio. Questa tecnica, però, è severamente vietata in Italia come anche in Spagna, Grecia, Portogallo e Francia del Sud, mentre è del tutto legale – e senza l’obbligo di riportarlo in etichetta – in Germania, in Gran Bretagna e nei distretti settentrionali della Francia. Non c’è quindi da stupirsi che tra i vinificatori mediterranei e quelli del nord non corra buon sangue: quella che si è creata è infatti una concorrenza che non è esagerato definire sleale.

 

Anche i nostri vinificatori, laddove necessario, lavorano il vino per aumentarne la gradazione alcolica, ma non attraverso il saccarosio: il metodo riconosciuto dalla legge prevede infatti l’aggiunta di mosto d’uva concentrato, un procedimento naturale ma estremamente più costoso. Dalla parte del consumatore, il problema è che sul piano organolettico è praticamente impossibile notare la differenza: per riscontrare la presenza dello zucchero, infatti, è necessario l’impiego di un polarimetro per saccarosio. Al bevitore meno esperto, dunque, può capitare di bere un vino tedesco o inglese arricchito con un elemento del tutto estraneo all’uva, ovvero lo zucchero, senza saperlo. Le aziende italiane e del Sud Europa, dal canto loro, si trovano a dover spendere fino a dieci volte di più, impiegando il mosto concentrato al posto del saccarosio. Forse pretendere che il divieto di aggiungere dello zucchero al vino venga esteso a tutti i Paesi del Nord Europa è chiedere troppo – contando anche il fatto che, nella maggior parte dei vigneti tedeschi, la debolezza del sole non permette ai vini di andare oltre i 7-8 gradi. È più che legittimo, però, sia per i consumatori che per i vinificatori italiani, chiedere che l’eventuale aggiunta di saccarosio da parte delle cantine straniere venga indicata chiaramente sull’etichetta delle bottiglie in commercio.

 

 

Articolo scritto in collaborazione con Emme 3