La birra: la bevanda più amata al mondo

 

La birra è la bevanda più amata e conosciuta in tutto il pianeta e sembra avere origini antichissime, addirittura risalenti alle civiltà della Mesopotamia e dell’Egitto. La birra è una bevanda in continua evoluzione, molto apprezzata a tavola, magari in compagnia di una bella pizza, oppure durante un aperitivo o una serata dopo cena con gli amici. All’interno dei vari locali della capitale è possibile sorseggiare ottime birre provenienti da diverse parti del mondo e tutte preparate seguendo antiche tradizioni. Esistono birre commerciali, che possono essere facilmente reperite anche nei supermercati e birre artigianali, che sono presenti solo in alcuni locali, come le formiche roma, una location molto amata dai giovani della capitale.

Le birre più famose del mondo

Per scegliere la birra da sorseggiare è importante conoscere le sue caratteristiche, anche se poi la valutazione del proprio palato farà da giudice supremo. Di seguito sono illustrate alcune tra le birre più conosciute in tutto il mondo.

  • Abbazia, si tratta di bevande realizzate seguendo la tecnica dell’alta fermentazione, hanno in genere un sapore deciso e un forte gradazione.

  • Ale, con questo nome il popolo britannico chiama la birra tradizionale, realizzate ad alta fermentazione, hanno un moderato contenuto alcolico, generalmente poca schiuma e possono essere sorseggiate a temperatura da cantina. Le Ale inglesi che hanno invece un alto contenuto alcolico sono la Barley Wine.

  • Altbier è una birra prodotta per mezzo dell’alta fermentazione ma fatta maturare a temperature minori. Questo genere di birre hanno un sapore tendente all’amaro, sono prodotte principalmente in Germania, ma anche in Giappone e America.

  • Biere Blanche, è un prodotto realizzato in Belgio, ha un colore chiaro ed ha un sapore aromatizzato.

  • Biere de Garde è prodotta in Francia, subisce un processo di alta fermentazione e poi viene fatta rifermentare in bottiglia. Ha un colore ambrato.

  • Berliner weisse è una birra di frumento prodotta a Berlino, ha un colore chiaro, un sapore acido e proprio per questo spesso è accompagnata da un succo di frutta.

  • Biere de mars proviene dalla Francia, ha un colore ambrato.

  • Birra puro malto è un prodotto realizzato unicamente con il malto d’orzo e il malto di frumento.

  • Bitter ale è la classica birra inglese che viene servita alla spina, ha una bassa gradazione, un colore ambrato. La versione special e best hanno una gradazione alcolica maggiore.

  • Bock è un prodotto a bassa fermentazione ma contiene un elevato tasso alcolico, il suo sapore è intenso.

 

Le varie tipologie di birre

Quello delle birre è un mondo molto vasto ed offre gusti per ogni tipo di palato. Vari locali offrono, soprattutto nelle grandi città, serate dedicate alle degustazioni e molti stanno aprendo con un’offerta al pubblico di birre particolari, sia italiane che estere, artigianali. Nella capitale presso le officine farneto Roma, o a Milano al Birrificio Lambrate, ogni mese vengono proposte nuove birre e serate in tema.

Esistono diverse  tipologie e metodi per la preparazione della birra, che è considerata la bevanda più consumata al mondo ed ha origini antichissime, infatti già nell’antico Egitto il malto e l’orzo venivano lasciati fermentare per ottenere questa speciale bevanda.

Tipi di birre

Birre Blanche

Una birra a basso frumento  di origine belga si contraddistingue per il suo color bianco e il sapore acidulo dato dall’aggiunta del coriandolo.

Risulta essere fresca e speziata al palato e la sua gradazione alcolica si attesta intorno a 5 %.

Lager

Una delle birre più diffuse è senza dubbio la lager, una birra  a bassa fermentazione che presenta un colore giallo oro. Leggermente amara, ha una gradazione alcolica variabile.

Viene chiamata così perchè veniva lasciata a maturare all’interno di cantine.

Marzen

Una tipica birra tedesca nata a Monaco di Baviera, la patria dell’OktoberFest, viene prodotta nel mese di marzo per essere pronta per il grande festival di birra bavarese.

Presenta il colore dorato della birra chiara e una gradazione intorno al 5%, ha un sapore fruttato e si sente molto il malto.

Old Ale

La tipica birra britannica dal colore scuro e l’alta fermentazione si distingue per il suo gusto strutturato e l’amaro retrogusto di whishy, che acquisisce grazie al lungo percorso di invecchiamento.

La sua gradazione può variare dal 6% fino al 12%, che la rendono una delle birre più forti in circolazione.

Pilsner

Questa birra viene dalla Repubblica Ceca  e precisamente dalla città di Pilsen, sede del Pilsner Urquell.

La birra pilsner viene fatta con una bassa fermentazione  e presenta un colore giallo pallido e  un sapore molto luppolato che  conferisce alla birra il suo caratteristico sapore amaro.

Scotch Ale

Birra scozzese famosa in tutto il mondo grazie alla fabbrica della Tennent’s, presenta un colore ambrato con riflessi mogano e un retrogusto di Scotch e  un forte sapore maltato.  La sua gradazione varia dal 3%  fino al 10%.

Stout

La birra irlandese famosa per il suo colore scuro e l’abbondante e cremosa schiuma,  presenta un gusto molto dolce infatti viene prodotta con orzo torrefatto e con l’aggiunta di caramello.

Tra le birre stout più famose troviamo la Guinness, che viene prodotta a Dublino e presenta un retrogusto di caffè e la Russian Stout, dal retrogusto di nocciola.

Cocktail: come si preparano?

 

Quante volte vi è capitato di andare discoteca e non sapere cosa ordinare? Ci sono davvero troppi drink. In questo articolo faremo una veloce carrellata sui cocktail più venduti e cosa contengono, in modo di aiutarvi a sceglierlo per assaggiarlo in una delle serate in discoteca. Ecco qualche ricetta da uno della discoteche storiche della capitale: il Piper Roma.

Partiamo da una domanda: cos’è un cocktail? Un cocktail è una bevanda che si può ottenere tramite la miscelazione di due o più drink, non per forza alcolici. Per essere considerati dei veri e proprio drink devono essere innanzitutto ben equilibrati, ne troppo alcol ne troppa acqua.

Ci sono ovviamente da menzionare anche gli shot, sono alla fine una sorta di drink però più piccoli ma carichi allo stesso modo di alcol.

La preparazione di un cocktail medio dipende da due fattori fondamentali: la quantità in percentuale degli alcolici di un determinato drink e gli strumenti di miscelazione che si utilizzano per la preparazione di quest’ultimo. Le tecniche di miscelazione possono variare, da un semplice Shaking degli ingredienti tramite delle specie di bicchieri un po’ più grandi del normale ad un sistema come lo Stirring dove gli ingredienti vengono mischiati nel bicchiere stesso dove vengono serviti e mescolati con un cucchiaio da bar.

I cocktail più venduti

 

Uno dei cocktail più venduti è senza dubbio il Cosmopolitan, drink inventato negli stati uniti, è composto da Vodka, succo di lime, succo di ribes e Cointreau. Lo si mischia con un semplice shaker, si versa il ghiaccio, poi la vodka, il Cointreau, i due succhi, successivamente shakeratelo ed è pronto. Se volete, e vi piace, potete sostituire il succo di ribes con quello di ciliegia.

N.B: Il Cointreau è un liquore con un fortissimo profumo d’arancia, ha una gradazione alcolica del 40%, lo si usa per molti cocktail.

 

Il Mojito è un cocktail inventato a Cuba, deve il suo nome al mojo, ingrediente cubano che si usa per la marinatura. E’ composto da rum, acqua gassata, un po’ di zucchero e alcune foglie di menta. Dopo averlo shakerato metteteci del lime. Bisogna fare però attenzione ad una cosa durante la preparazione, non bisogna schiacciare gli ingredienti ma solo shakerarli. Come variante della ricetta originale potete usare, al posto dell’acqua frizzante, la gazzosa che darà una nota più dolce al cocktail.

L’Apple Martini è un drink semplicissimo da preparare, è composto da vodka, liquore alla mela, cointreau e una mela verde. Se non gradite particolarmente il gusto molto forte ed alcolico del cocktail, utilizzate solo 3.5 cl di vodka ed eliminate il Cointreau. Se preferite potete spruzzare un po’ di lime sul cocktail dopo averlo preparato, praticamente poco prima di servirlo.

Vino italiano più alcolico di un grado per effetto dei cambiamenti climatici

 

I rilevamenti sulle condizioni climatiche ai quali si fa riferimento sono quelli relativi al 2015 effettuati dalla Coldiretti: il vino italiano è risultato più alcolico di un grado rispetto al passato, per effetto del surriscaldamento dovuto all’eccessiva concentrazione di anidride carbonica. L’aumento della temperatura però non incide solo sulla fermentazione del vino ma anche sull’estensione delle aree favorevoli alla coltura della vite, dell’ulivo e della stagionatura dei prodotti gastronomici tipici del Made in Italy.

Cosa succede alle colture se aumenta la temperatura ambientale

Stando ai dati diffusi da Coldiretti, il 2015 è stato l’anno più caldo della storia per l’Italia, da quando sono cominciati i primi rilevamenti in questo senso ad opera dell’Istituto Isac Cnr. Il 2016 si classifica invece come l’anno più caldo a livello mondiale, da 137 anni a questa parte. La temperatura media registrata da gennaio a settembre è risultata superiore di 0,89 gradi C rispetto alla media del ventesimo secolo.

Quali sono gli effetti di questi cambiamenti climatici sulle terre coltivabili e sui prodotti della gastronomia tipica italiana? Innanzitutto il caldo ha cambiato la distribuzione dei vigneti in Italia che si va estendendo verso altitudini maggiori: la vite ha raggiunto quota 1200 metri di altezza, come ad esempio nel comune di Morgex e di La Salle, in provincia di Aosta.

Il riscaldamento generalizzato di terre e mari provoca anche cambiamenti sui prodotti tipici del Made in Italy, a partire dalla stagionatura dei salumi e l’affinamento dei formaggi fino ad arrivare all’invecchiamento dei vini. Il vino italiano è aumentato di un grado negli ultimi 30 anni e l’attenzione ora è proprio focalizzata sulla qualità di questa eccellenza italiana, che va preservata e garantita nelle sue caratteristiche organolettiche. Il patrimonio di prodotti tipici italiani, vino in primis, deve le proprie peculiarità proprio all’ambiente geografico in cui si trova e che è il risultato di fattori naturali e umani specifici e inimitabili.

Gli effetti dell’innalzamento della temperatura del pianeta si registrano anche sulle coltivazioni dell’ulivo, che ormai hanno raggiunto le Alpi. Nella zona della pianura padana spuntano, tra le colture, quella del grano e del pomodoro (appannaggio da sempre delle regioni più a Sud d’Italia) mentre in Sicilia si raccolgono i primi avocado e le banane Made in Italy.

Allargando lo sguardo sul resto dell’Europa, gli effetti climatici sulle colture si fanno sentire soprattutto in Belgio e in Repubblica Ceca, in questo caso per quanto riguarda orzo e luppolo destinati alla coltivazione della birra (colture che, a quanto pare, hanno ridotto la resa in termini di produzione); infine non esce indenne neppure il famoso champagne francese (la più nota è la  riserva di champagne Moet Chandon) che, a causa dell’aumento di 1,2 gradi C, vede le colture destinate alla sua produzione allargarsi ed espandersi a nord verso l’Inghilterra.

Da considerare infine anche i cambiamenti del tempo a volte così repentini da causare veri e propri sfasamenti nel passaggio tra una stagione e l’altra oppure tra una condizione di siccità ed arsura ad una di alluvione e grandine nell’arco di pochi giorni.

 

Le fasi lunari e la viticoltura biologica

 

Qualcuno asserisce che l’effetto dei movimenti lunari non si limiti a generare le maree ma influisca in vari modi sul comportamento di tutti gli esseri viventi, caratterizzando sin dalla nascita qualità e stile di vita di ogni organismo.

Il mondo della viticoltura biologica, che ama applicare le conoscenze provenienti dalla tradizione per ottenere prodotti di origine vegetale ecosostenibili, autoctoni, economici, e sani, segue le cadenze del calendario lunare rispettando i mesi ed i giorni dell’anno solare indicati come più adatti per dedicarsi alle attività vitivinicole principali come l’impianto dei vigneti, la potatura delle viti  e la vendemmia dell’uva,  la svinatura, travasi e l‘imbottigliamento del vino.

Il calendario lunare in vendita online registra le date mensili dell’anno, secondo il calendario Gregoriano, in associazione con le fasi lunari corrispondenti. Indica cioè le posizioni che la Luna viene ad assumere nel corso dell’anno sinodico, e che si ripetono ciclicamente nei dodici mesi. Le otto diverse posizioni sono: Luna nuova o Novilunio, Luna crescente Primo quarto, Gibbosa crescente, Luna piena o Plenilunio, Gibbosa calante, Ultimo quarto, e Luna calante.

Il calendario lunare segnala i quattro giorni in cui avvengono Noviluni, Primi quarti, Pleniluni e Ultimi quarti, spesso indica le ore in cui la Luna sorge e tramonta, a volte è unito ad una comoda agenda delle semine e dei raccolti in cui i viticoltori registrano le operazioni più importanti da compiere.

In verità comprendere le fasi lunari non è molto semplice, in primo luogo perché la Luna non gode di luce propria ma viene illuminata dal Sole, in secondo luogo perché la visione del satellite, che si ricava dal punto di vista terrestre, risulta diversa nei due emisferi, l’ australe e il boreale.

Il mese lunare inizia con un Novilunio e termina con il Novilunio del mese successivo.

La Luna Nuova è invisibile perché la sua faccia, rivolta verso la Terra, in questa posizione non può venir illuminata dal Sole. La Luna Nuova sorge e tramonta insieme alla stella, e in ciascun mese dell’anno sinodico dà inizio ad un nuovo ciclo, il quale, attraverso il Primo quarto e la Gibbosa crescente, raggiunge l’apice con la Luna Piena. Successivamente, la Gibbosa calante e l’Ultimo quarto condurranno ancora ad un Plenilunio.

In genere secondo la tradizione dei viticoltori delle nostre terre i movimenti lunari essenziali alla benessere di vitiuva e vino  sono compresi all’interno di due ben distinti periodi del mese, nel primo dei quali la posizione della Luna può essere definita fase di Luna Crescente e l’altro, l’opposto, in cui la posizione del satellite naturale rispetto alla Terra viene identificata come fase di Luna Calante.

 

I Paesi del Nord zuccherano il vino e non lo dicono: in Italia è vietato

 

Prima di acquistare una bottiglia di vino, e magari spendere una cifra considerevole per gustarsi un bicchiere dall’aroma pregiato, è sempre il caso di informarsi molto bene. Proprio così: le etichette, infatti, non sempre dicono tutto. Il rischio di comprare del vino trattato con sostanze estranee al normale processo di vinificazione cresce soprattutto quando si decide di acquistare delle bottiglie provenienti dall’estero. È questo per esempio il caso del vino ‘zuccherato’, la cui produzione è vietata nei Paesi dell’Europa Meridionale, mentre viene accettata nella maggior parte dei Paesi del Nord.

 

Ma di cosa si parla quando si menziona il vino zuccherato? Non certo di una bevanda speciale, anzi. Bisogna infatti sapere che, fin dal diciottesimo secolo, per aumentare artificialmente la gradazione alcolica dei vini si utilizza il saccarosio. Questa tecnica, però, è severamente vietata in Italia come anche in Spagna, Grecia, Portogallo e Francia del Sud, mentre è del tutto legale – e senza l’obbligo di riportarlo in etichetta – in Germania, in Gran Bretagna e nei distretti settentrionali della Francia. Non c’è quindi da stupirsi che tra i vinificatori mediterranei e quelli del nord non corra buon sangue: quella che si è creata è infatti una concorrenza che non è esagerato definire sleale.

 

Anche i nostri vinificatori, laddove necessario, lavorano il vino per aumentarne la gradazione alcolica, ma non attraverso il saccarosio: il metodo riconosciuto dalla legge prevede infatti l’aggiunta di mosto d’uva concentrato, un procedimento naturale ma estremamente più costoso. Dalla parte del consumatore, il problema è che sul piano organolettico è praticamente impossibile notare la differenza: per riscontrare la presenza dello zucchero, infatti, è necessario l’impiego di un polarimetro per saccarosio. Al bevitore meno esperto, dunque, può capitare di bere un vino tedesco o inglese arricchito con un elemento del tutto estraneo all’uva, ovvero lo zucchero, senza saperlo. Le aziende italiane e del Sud Europa, dal canto loro, si trovano a dover spendere fino a dieci volte di più, impiegando il mosto concentrato al posto del saccarosio. Forse pretendere che il divieto di aggiungere dello zucchero al vino venga esteso a tutti i Paesi del Nord Europa è chiedere troppo – contando anche il fatto che, nella maggior parte dei vigneti tedeschi, la debolezza del sole non permette ai vini di andare oltre i 7-8 gradi. È più che legittimo, però, sia per i consumatori che per i vinificatori italiani, chiedere che l’eventuale aggiunta di saccarosio da parte delle cantine straniere venga indicata chiaramente sull’etichetta delle bottiglie in commercio.

 

 

Articolo scritto in collaborazione con Emme 3

 

 

Detti (falsi) sul vino

 

Il vino…la bevanda degli dei. Bianco, rosso, con o senza bollicine, c’è ne è veramente per tutti i gusti. Ogni buon pasto che si rispetti, che sia un pranzo o una cena, deve essere accompagnato da un buon vino, per essere apprezzato fino in fondo.
C’è chi preferisce il rosso, quello robusto ed intenso, e chi invece ama quello bianco leggero e frizzantino, in un caso come nell’altro, ciò che è sempre fondamentale è la qualità del vino che si beve.
Trattandosi di una bevanda diffusa da tempo immemore e di largo uso, nel corso del tempo si sono radicate delle vere e proprie leggende attorno al vino che lasciano il tempo che trovano. Quante volte avete sentito dire che il vino rosso si serve a temperatura ambiente o che con il pesce deve essere abbinato soltanto il vino bianco…ecco, queste e molte altre dicerie sul vino sono assolutamente false.
Cominciamo, per esempio, con quella del vino rosso che va servito a temperatura ambiente e che quindi viene conservato fuori dal frigorifero in ambienti spesso anche troppo caldi come le cucine delle nostre case. La temperatura ambiente effettiva alla quale il vino rosso andrebbe conservato non è quella tra i 21° e i 25° C che normalmente si trova negli ambienti domestici, bensì quella delle cantine che si aggira tra i 15° e i 17° C. Quindi a meno che non abbiate la fortuna di avere a disposizione una cantina con una simile temperatura, non abbiate timore di mettere il vino rosso nel frigo prima di servirlo o di chiedere il secchiello del ghiaccio quando anche nei ristoranti viene fatto un simile errore. Un vino rosso troppo caldo non è soltanto imbevibile ma è anche pregiudicato nelle sue qualità. Allo stesso modo, il vino bianco non deve avere una temperatura al di sotto dei 12° C perché si rischierebbe di alterarne aroma e profumo.
Quanti di noi, almeno una volta nella vita, hanno conservato in frigo lo spumante mettendo al posto del tappo il manico di un cucchiaino per mantenerne l’effervescenza ed evitare la dispersione del gas?! Sicuramente molti…peccato che sia assolutamente inutile, perché l’unico modo per preservare il più a lungo possibile le bollicine è quello di richiudere la bottiglia con l’apposito tappo di metallo.
Quante volte abbiamo sentito dire che “il vino rosso fa buon sangue”…niente di più falso, perché se se ne abusa può essere la causa di gravi patologie, alcune delle quali anche mortali. Quindi bere sempre vino di qualità e con moderazione e, possibilmente, farlo durante i pasti.
Non fa bene e si rischia di stare male se si mischia il vino bianco con il vino rosso…falso! L’unica accortezza potrebbe essere quella di badare alla gradazione alcolica e cominciare da quelli più leggeri e finire con quelli con la gradazione più alta, sempre senza esagerare ovviamente.
Se poi dicessimo che con il pesce va servito soltanto un buon vino bianco, avremmo schiere di sommelier e di chef che verserebbero fiumi di parole per sfatare questo falso mito!

 

 

“Il mare color del vino”: Pioppi ospita il Mediterranean Wine Festival

 

Il 26 e il 27 agosto, nell’ambito del Festival della Dieta Mediterranea, un viaggio alla scoperta dei segreti e dei sapori dell’elisir di lunga vita, attraverso degustazioni, verticali e laboratori

 

PIOPPI – Un festival nel festival, in cui le sfumature del mare si fondono con quelle del vino. È “Il mare color del vino – Mediterranean Wine Festival”, evento che si svolgerà venerdì 26 e sabato 27 agosto dalle 19.00 alle 24.00 a Pioppi, tra il lungomare A.Keys e il Palazzo Vinciprova, sede del Museo Vivente della Dieta Mediterranea e del Museo Vivo del Mare, che ne ha curato l’organizzazione.

 

La due giorni si colloca all’interno del programma del Festival della Dieta Mediterranea, che fino al 3 settembre animerà la località cilentana a cui è legata la teorizzazione, ad opera dello scienziato Ancel Keys, dello stile di vita riconosciuto patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

 

Degustazioni, verticali, laboratori intorno ai vini della Dieta Mediterranea: questi gli elementi chiave della due giorni. Si partirà il 26 agosto alle 19.00 con “Vini da assaggiare, vino da imparare”, un laboratorio per wine lovers alle prime armi a cura della Scuola Europea Sommelier. Quindi alle 20.00 si apriranno i banchi d’assaggio distribuiti sul lungomare e nella piazzetta del borgo, affiancati a cibi della tradizione; alle 21.00 all’interno del salone del Palazzo Vinciprova, sarà la volta della “Verticale di Trentenare”, con la presenza di Peppino Pagano, patron della cantina San Salvatore 1988; la serata continuerà poi tra degustazioni, assaggi e con lo spettacolo teatrale itinerante della compagnia casertana La Mansarda Teatro dell’Orco “Baccanale, storie di vino e di proverbiali ubriacature”.

 

Sabato 27 agosto l’appuntamento a Palazzo Vinciprova sarà ancora per le 19.00: si comincerà con un laboratorio di degustazioni e terroir a cura del Consorzio di Tutela Sannio DOP, dal titolo “Nel Sannio coltiviamo emozioni”. Alle 20.00 si apriranno i banchi di assaggio e alle 20.30 ci sarà la presentazione del progetto “Il Vino della Dieta Mediterranea”, alla presenza del giornalista enogastronomico Luciano Pignataro, del sindaco di Pollica Stefano Pisani e dell’imprenditore vitivinicolo Piero Mastroberardino. Quindi alle 21.00 la manifestazione continuerà con il laboratorio di assaggio “50 sfumature d’Aglianico”, a cura della Mastroberardino Winery and Vineyards, con la presenza tra gli altri di Francesco Continisio, presidente della Scuola Europea Sommelieur, e alle 22.00 torneranno gli spettacoli itineranti sul vino, che chiuderanno il festival, tra i banchi di assaggi.

 

Sono numerose le case vitivinicole che hanno dato la loro adesione alla manifestazione: oltre alle già citate cantine San Salvatore 1988 e Mastroberardino, a “Il mare color del vino” parteciperanno anche altri marchi di eccellenza del territorio campano e non solo: Cantine Barone, Tenuta Macellaro, Case Bianche, San Giovanni, Casula Vinaria, Lunarossa Vini e Passione, Tenute Bianchino, Albamarina Viticoltori De Conciliis, La Morella, il Consorzio di Tutela Sannio DOP e il consorzio veneto Cantine Riunite.

 

“Abbiamo voluto dedicare due giorni del nostro festival all’esplorazione del mondo del vino, che rappresenta, insieme all’olio e al grano, uno dei tre pilastri della dieta mediterranea, e sempre più uno dei settori trainanti dell’economia cilentana – dichiara il direttore del Museo Vivente della Dieta Mediterranea, Valerio Calabrese – Ci fa piacere l’interesse raccolto da parte dei tanti produttori di eccellenza, che hanno voluto accompagnarci in quest’evento. Speriamo possa incontrare adesso, anche il favore del pubblico.”

 

Per Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, l’associazione che gestisce dal 2013 il Museo di Pioppi, “La Dieta mediterranea rappresenta per noi ormai un modello di sviluppo da seguire, perchè come i riconoscimenti dell’Unesco, della Fao e dell’OMS dimostrano le straordinarie qualità sociali, ambientali e sulla salute delle persone di questo straordinario stile di vita”.

 

Il sindaco Stefano Pisani, invece, rilancia il progetto che vede il Comune impegnato in un’opera di produzione e formazione di un vino della Dieta mediterranea, con il supporto della più importante e antica casa vitivinicola campana, la Mastroberardino: “Per noi, il progetto avviato con Mastroberardino rappresenta un momento fondamentale di crescita per il territorio e per i nostri giovani, che verranno formati e sostenuti in percorsi di crescita professionale nel settore enologico. Valorizzare  un pezzo importante di territorio comunale, 30 ettari oggi lasciati all’incuria, per realizzare un vigneto e un parco, dove la formazione e la promozione turistica saranno gli elementi fondamentali del progetto.”

 

Due giorni particolari dunque, per imparare a conoscere il vino da nuovi punti di vista, e per apprezzarne le virtù e le curiosità meno conosciute del nettare degli déi, sempre e rigorosamente lungo il filo conduttore della Dieta Mediterranea, lì dov’è nata, a Pioppi.

 

 
Per maggiori informazioni

Tel. 3381556904

 

Il Prosecco, un vino di qualità

 

Il prosecco: quando è garantita la sua qualità

Il prosecco doc viene prodotto in Italia, in particolar modo nelle regioni di Veneto e Friuli-Venezia Giulia e dal 2009 ha avuto il riconoscimento che ne certifica la qualità. Si tratta di un vino molto noto e che è tra i più apprezzati anche all’estero. Vi sono tre tipologie di prosecco. Il primo è detto Tranquillo ed ha un titolo alcolometrico di 10,50% vol. Il secondo è chiamato anche spumante ed ha 11% vol. e il frizzante con 9% vol. Le sue caratteristiche sono un colore giallo paglierino e un profumo fresco.

Il prosecco doc è costituito per l’85% da glera, una varietà di uva a bacca bianca che viene prodotta in grappoli grandi e lunghi, con gli acini color oro che conferiscono al vino la tonalità tipica. Il restante 15% è costituito da un misto formato da verdiso, chardonnay, e altre varietà di pinot bianco, grigio e nero. Le migliori varietà crescono soltanto in un terreno ottimo e favorevole. Deve essere esposto alla luce del sole e drenato. La qualità dell’uva non deve essere modificata con tecniche di coltivazione che potrebbero alterare il gusto e modificare il suo odore fresco e genuino. La classificazione del prosecco avviene su quattro livelli:

  1. Al primo posto vi sono i vini DOCG, cioè quelli di origine controllata e garantita. Viene utilizzato per indicare un prosecco controllato e che viene prodotto secondo uno schema stabilito. Vengono ammesse soltanto alcune varietà di uva che deve essere trattata unicamente in una maniera particolare per quanto riguarda le procedure di vinificazione e i procedimenti di invecchiamento. Per evitare delle contraffazioni ogni bottiglia viene numerata attraverso un sigillo sul collo.
  2. Al secondo livello vi sono quelli di origine controllata, disposti con l’acronimo DOC. Tale classificazione riguarda i vini prodotti in Italia. in questo caso gli schemi da rispettare sono meno rigidi ma comunque devono essere garantite alcune procedure standard per garantire una qualità del prodotto eccellente.
  3. Al terzo grado di classificazione riguarda l’IGT che sta ad indicare l’indicazione Geografica Tipica. Questo livello è stato aggiunto soltanto di recente per comprendere quei vini che sono realizzati con ottime varietà di uva che però non rientrano nelle prime due categorie. In questo caso si ha come punto di riferimento la regione di provenienza.
  4. Sull’ultimo livello vi è il prosecco da tavola che rientra più in generale nei VDT. Si tratta di un prodotto ottimo, realizzato comunque con uva di alta qualità e che deve conservare il suo sapore genuino.

Il prosecco è un vino molto rinomato anche nella cucina italiana e viene ad esaltare il gusto di molti piatti della tradizione culinaria. Viene servito principalmente con antipasti o con piatti a base di pesce e crostacei. Il prosecco viene utilizzato anche per comporre dei cocktail dal sapore fresco e dissetante. Questo vino va servito a temperature abbastanza fredde comprese tra i 6 e gli 8° C. Va conservato in un ambiente fresco e asciutto con temperature non superiore ai 14°C e messo a riposare in posizione obliqua. Deve essere assaporato non oltre i 24 mesi dall’imbottigliamento. Per esaltare meglio il profumo va servito in un calice a tulipano.

 

Sant’Agostino, la “città del tartufo” in provincia di Ferrara, celebra il suo prodotto di punta

Cala il sipario sul mese di agosto ed “entra in scena il trionfo dei nostri sapori”: è con questo motto che, dal 1 al 12 settembre, Sant’Agostino chiama a raccolta tutti gli amanti del tartufo nella suggestiva cornice del bosco della Panfilia. Il paese in provincia di Ferrara, d’altronde, fa parte dal

2009 dell’Associazione Nazionale Città del Tartufo: un legame antico e profondo che affonda le sue radici nell’origine alluvionale dei terreni e nella presenza di essenze arboree adatte alla sua crescita; e così la Sagra dedicata al pregiato tubero, giunta alla 37esima edizione, farà rivivere come per magia il vincolo inscindibile tra la comunità locale, l’area naturale che la circonda e l'esperienza nella preparazione di ricette che esaltano un prodotto dal profumo e dal sapore inconfondibili, fra i più amati a ogni latitudine.

Tutti gli aromi del bosco della Panfilia saranno racchiusi nei piatti preparati con amore dalle massaie locali: fantasia di antipasti al tartufo e sformato di zucca o di spinaci al tartufo per iniziare, tortellini, tagliolini, crespelle e lasagne al tartufo come primi piatti, tagliata, cotoletta, faraona e uova col tartufo come secondi. Nel grande “Ristorante Tenda” con posti a sedere al coperto, aperto tutte le sere dalle 19.30 e la domenica anche a mezzogiorno, non mancheranno le portate più classiche della tradizione locale come i tagliolini al ragù, i tortellini in brodo, la faraona al cartoccio e la torta di tagliatelle.

Al centro di tutto, comunque, resteranno i pregiati tartufi raccolti nella zona di Sant’Agostino, primo paese della provincia di Ferrara a far parte dell’Associazione Nazionale Citta del Tartufo. Saranno protagonisti anche di divertenti iniziative come gli incontri con gli chef, in programma il lunedì, il martedì e il mercoledì; lo chef Alessio Malaguti della “Trattoria La Rosa 1908”, accompagnato dagli allievi dell’Istituto Alberghiero “Orio Vergani” di Ferrara, farà assaggiare a tutti la sua prelibata creazione, i passatelli al tartufo, e non mancheranno momenti dedicati alla creazione di nuove ricette con accostamenti particolari come quelli tra pesce e tartufo – realizzato dallo chef Davide Carli del Ristorante “Le Piramidi” – e le nuove ricette preparate dalle “rizdore” tra cui spiccano le rosette Nerina al tartufo e la famosa fagiolada; e chi vorrà trasformarsi in “cercatore di tartufi” per un giorno potrà visitare il Bosco della Panfilia, dove i prelibati tartufi crescono sotto pioppi, salici, querce, noccioli e betulle:

un vero e proprio paradiso naturalistico a pochi passi dal fiume Reno che si potrà scoprire anche sabato 3 settembre alle 17 con la 9° edizione della Camminata del Bosco Panfilia. Per i camperisti sarà infine disponibile un parcheggio in Viale Europa, nell’area della scuola media di Sant’Agostino.

 

 

Info:

Data – 1/12 settembre

Località: Sant’Agostino (Ferrara)

info@fuoriporta.org

3408505381

www.fuoriporta.org